“Terra in cambio dell’Iran”. Ecco il grande baratto di Bibi

Nel 1993 lo slogan dei negoziati fra israeliani e palestinesi fu “land for peace”. Terra in cambio di pace. Nell’establishment israeliano nessuno oggi lo evoca più. Nel 2013 lo slogan è “Yitzhar for Fordo”. Significa che Israele deve rinunciare ai territori in cambio dell’appoggio contro il programma nucleare iraniano (Yitzhar è la colonia più a est nei territori, sorge di fronte a Nablus ed è la casa dei settler più motivati e oltranzisti). E’ alla luce di questo scambio politico che si deve leggere la decisione del premier israeliano Benjamin Netanyahu di tornare ai negoziati con l’Autorità palestinese di Abu Mazen? Dabbous Per i settler israeliani “l’accordo di pace è uno spreco di carta”
12 AGO 20
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Nel 1993 lo slogan dei negoziati fra israeliani e palestinesi fu “land for peace”. Terra in cambio di pace. Nell’establishment israeliano nessuno oggi lo evoca più. Nel 2013 lo slogan è “Yitzhar for Fordo”. Significa che Israele deve rinunciare ai territori in cambio dell’appoggio contro il programma nucleare iraniano (Yitzhar è la colonia più a est nei territori, sorge di fronte a Nablus ed è la casa dei settler più motivati e oltranzisti). E’ alla luce di questo scambio politico che si deve leggere la decisione del premier israeliano Benjamin Netanyahu di tornare ai negoziati con l’Autorità palestinese di Abu Mazen? Erano sette anni che le due parti non tornavano formalmente a discutere di accordi. “Anziché sedare le rivolte a Nablus, l’esercito potrebbe prepararsi al grande pericolo”, ha detto Tzachi Hanegbi riferendosi all’Iran. Hanegbi è una voce molto ascoltata da “Bibi”, già uomo fedele di Ariel Sharon e uno dei più falchi nel sostegno al raid contro il nucleare iraniano.
Lontano resta il compromesso sui rifugiati, i palestinesi che abbandonarono la regione durante la guerra del 1948, alla nascita di Israele. Netanyahu sarebbe disposto ad accogliere una quota simbolica di 25 mila persone (è la stessa cifra pattuita nel vertice di Annapolis), ma Abu Mazen non è disposto a scendere sotto i 100 mila. Su Gerusalemme Bibi potrebbe accettare i “Clinton parameters”, quelli messi a punto durante i colloqui del 2000 a Camp David: i quartieri a maggioranza ebraica restano a Israele, quelli a dominio arabo ai palestinesi. Ma non c’è alcuna sintonia sulla città vecchia, che in teoria sorge oltre la linea armistiziale del 1967 e che ospita i luoghi santi dell’ebraismo.
Oggi però sul tavolo negoziale Israele è tornato a mettere gran parte della Giudea e Samaria, la Cisgiordania. Netanyahu sarebbe pronto a cedere il controllo sull’86 per cento di questi territori, mantenendo sotto sovranità ebraica il 14 per cento, i “blocchi di insediamenti” (già oggi l’Autorità palestinese autogoverna sul sessanta per cento dell’area). Haaretz, citando fonti anonime, parla addirittura di ipotesi di “ritiro dal 90 per cento” dei territori. Nel 1997, quando divenne per la prima volta primo ministro, Netanyahu parlò di “un 45-50 per cento della West Bank che deve rimanere sotto controllo israeliano”. Nel nuovo piano di Netanyahu, il confine sarà disegnato in modo tale “da includere il massimo numero di israeliani che vivono in Cisgiordania, e il minimo numero dei palestinesi”.

Ideologia diluita a favore della sicurezza
Alcuni giorni fa, parlando nel Centro Begin che porta il nome dello storico leader del Likud, Netanyahu non ha fatto parola della “biblica terra d’Israele” e del suo profondo significato per il popolo ebraico. Nel Netanyahu di oggi l’ideologia appare molto diluita, quello che resta predominante, sono piuttosto le necessità di sicurezza. Netanyahu così ha in mente un “piano Allon plus”, che ricalchi i principi di quello presentato dopo la Guerra dei sei giorni dall’ex leader laburista Yigal Allon. Sono le “zone di difesa irrinunciabili”, come la strada di collegamento tra la zona costiera e il Giordano, con il suo snodo all’incrocio di Tapuah e la colonia di Ariel; Gerusalemme, che per assicurarsi il destino di capitale d’Israele, deve inglobare le città satelliti che pareggino la forza degli arabi dentro e nei dintorni, e i “Green line settlements”, ovvero gli insediamenti a ridosso della linea del 1967 e a pochi minuti di auto da Tel Aviv, comunità pianificate dai governi laburisti di sinistra negli anni Settanta e considerate la cintura di sicurezza dell’aeroporto Ben Gurion, l’unico scalo internazionale d’Israele.
Nella logica di Netanyahu il punto di non ritorno è stata la costruzione della barriera difensiva. Se è vero che soltanto 48 dei 122 insediamenti sorgono a ovest della barriera, quindi sul lato israeliano, questi contengono il 76 per cento di tutti i settler. 65 mila coloni vivono fuori dal tracciato di sicurezza.
Bibi non rinuncia al Gush Etzion, il blocco a sud di Gerusalemme, dove vivono 20 mila israeliani, a protezione della capitale. Nessun compromesso neppure sul blocco di Maale Adumim, con i suoi 40 mila abitanti. Resterà sotto dominio israeliano anche Modin Illit, con i 50 mila ebrei ultraortodossi che ci vivono. Il problema è Ariel, che ha sì 20 mila residenti, ma che con i suoi villaggi a nord (Karnei Shomron, Emanuel, Yakir, Nofim e Kedumim) rende impraticabile la conservazione di tutto il blocco perché taglia in due i territori.
L’85 per cento degli israeliani che vivono oltre la Linea verde e che il mondo chiama “coloni” risiedono infatti nei blocchi di insediamenti a cui Israele per nessuna ragione è pronto a rinunciare. Questi blocchi sorgono su appena il sei per cento della Cisgiordania. Il problema sono gli insediamenti che sorgono attorno alla strada numero 60, che taglia da nord a sud i territori. Ci vivono i coloni ideologicamente più motivati e la battaglia sarà non solo sulla loro visione del mondo, ma sulle loro case. Anche la grande area di Hebron resterebbe fuori, isolata a sud dei territori.
David Makovsky, analista del Washington Institute for Near East Policy, ha dettagliato le ipotesi a cui stanno lavorando israeliani e americani. Lo scenario migliore per Israele sarebbe rinunciare a 77 comunità e 59.872 residenti, ma i palestinesi non sono disposti a scendere sotto le 101 comunità e 132.599 residenti (le linee di Ginevra).
Israele manterrà a tutti i costi una presenza militare nella Valle del Giordano (Netanyahu ha già evocato la rinuncia alla presenza civile). Questo sarà un capitolo decisivo dei negoziati, specie perché la presenza a est di Israele non mai è stata accettata dai palestinesi, che pur hanno ceduto sulla demilitarizzazione e lo spazio aereo che resterebbe sotto controllo israeliano. Un funzionario della sicurezza ci dice che “non ci sarà nessun esercito straniero a occidente del Giordano” e che “nessuna minaccia potrà venire a Israele da est senza prima scontrarsi su questa linea con la potenza del nostro esercito”. Allora abitare la valle di Shilo, dove sorge uno dei più cospicui e ideologici blocchi di insediamenti, è per Israele l’unico modo di restare in contatto con la Valle del Giordano. Perché non c’è solo la Giordania laggiù. Dietro c’è l’Iraq, la Siria, e poi l’Iran.
Per adesso, cedendo, almeno retoricamente, sul piano della sovranità territoriale, storico tabù della destra israeliana, Netanyahu spera di ottenere quello che ai suoi occhi è il suo vero, grande lascito: il disarmo dell’atomica iraniana.